Giurisprudenza sulle escort: sentenze di Cassazione sulle escort.

Giurisprudenza sulle escort

e giurisprudenza sulla prostituzione

Giurisprudenza sulle escort Giurisprudenza sulle escort: interessanti sentenze sulle escort dalla Corte di Cassazione e giurisprudenza sulla prostituzione.

Premessa alla giurisprudenza sulle escort riportata in questa pagina:

Premesso che “escort” deriva dall’inglese “to escort” che significa “accompagnare, scortare, stare al seguito”, infastidisce alquanto che gli alti magistrati di Cassazione (i cosiddetti “ermellini”) utilizzino spesso nelle loro sentenze sulle escort il termine “prostituta” come sinonimo, forse fuorviati dalle tante professioniste del sesso che si pubblicizzano come escort (sedicenti… ma non seducenti) le quali in realtà offrono esplicitamente prestazioni sessuali a sconosciuti.

E pensare che, fino ai primi anni ’90, il termine “escort” identificava esclusivamente l’accompagnatrice turistica, cioè la “guida” di un gruppo di persone durante un tour o un gita!

Oggi è ben diversa e ben più difficile l’attività di una vera accompagnatrice o “escort” di alta classe, che deve essere apprezzata per tutta una serie qualità: non solo bellezza ma anche educazione, raffinatezza ed eleganza; cultura e capacità di reggere conversazioni sui più svariati argomenti; disponibilità a viaggiare in tutto il mondo, a partecipare ad eventi mondani ecc.

Se poi succede che la top escort ed il suo cliente, trovandosi reciprocamente simpatici ed attraenti, decidano assieme di finire sotto le lenzuola, ove la bella riceverà in dono gioielli e migliaia di euro, questi son fatti loro e nessuno può metter becco! Né noi né le sentenze sulle escort.

Tanto meno la giurisprudenza sulle escort raccolta in queste pagine.

Risulta evidente a tutti che il confine tra la professione di una vera escort e la professione di una escort-prostituta non è affatto labile ma, al contrario, ben definito: basti pensare alla differenza (anche morale) tra una vera escort di classe, che sceglie liberamente a chi dedicare il proprio tempo, le proprie attenzioni e la propria compagnia (e soprattutto fino a che livello di intimità spingersi), rispetto allo squallido lavoro che le prostitute svolgevano un tempo nelle “case chiuse” ed ancor oggi svolgono sui marciapiedi o in appartamento.

Io non sono laureata in Giurisprudenza (m’interessano ben di più la moda e la fotografia artistica), tuttavia sono riuscita a raccogliere qui alcune significative sentenze sulle escort della Corte di Cassazione, riguardanti vicende di donne più sfortunate di me, che si spacciano per escort ma probabilmente non sono all’altezza. Giurisprudenza e sentenze sulle escort (spesso paragonate a prostitute), che risultano comunque significative per gli “interessi di categoria”:

– liceità degli annunci erotici su Internet,

– tassazione degli introiti da prostituzione, accertati dalla Guardia di Finanza induttivamente dai movimenti di c/c bancari e quindi assoggettati ad IVA e IRPEF, come le prestazioni professionali,

– altro che troverò d’interessante.

Il redattore ha tagliato alcune frasi superflue dalle sentenze sulle escort, in modo da rendere i testi più fruibili.

Sentenze sulle escort

Sentenze sulle escort

La mera pubblicazione sul web di annunci per incontri erotici non costituisce favoreggiamento della prostituzione

Cassazione penale sez. III, 6 dicembre 2010, n. 43251

Svolgimento del processo

… V.M. si era limitato ad inserire nel sito internet, gestito dallo stesso, annunci personali relativi all’attività di prostituzione svolta dalle donne di nazionalità ungherese, come individuate in atti, senza porre in essere alcuna condotta di favoreggiamento della prostituzione.

Tanto dedotto, il ricorrente chiedeva l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

Il P.G. della Cassazione, nella pubblica udienza del 05/11/010, ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza.

Il ricorso è infondato.

All’esito del procedimento del riesame, con ordinanza del 22/04/010, l’originaria misura della custodia cautelare in carcere (applicata con provvedimento del Gip del Tribunale di Roma, in data 01/02/2010) veniva limitata al solo reato di favoreggiamento della prostituzione delle persone, come individuate in atti, il tutto nei confronti di V.M., ex artt. 61, n. 6 cp; 3 n. 8 e 4 n. 7 L. 75/58.

Tanto premesso, si rileva che il Tribunale di Roma ha congruamente motivato i punti fondamentali della decisione nei termini di cui appresso.

Il giudice del merito, allo stato delle risultanze processuali finora acquisite al procedimento – relative, peraltro, ad ampie ed articolate indagini investigative, aventi per oggetto un’organizzazione criminale dedita alla introduzione nel territorio italiano, nonché a induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di numerose donne di nazionalità ungherese – ha accertato che V.M. … provvedeva alla pubblicizzazione di annunci personali sui siti gestiti dallo stesso per pubblicizzare le prestazioni sessuali a pagamento…

All’uopo – come si ricava dall’esame congiunto della due ordinanze dell’01/02/010 (Gip di Roma) e del 22/04/010 (Tribunale del Riesame) – va altresì evidenziato:

a) che V.M., tramite il predetto M., manteneva contatti diretti con le prostitute, di cui pubblicava gli annunci personali nei suoi siti Internet, con recapito telefonico ed anche foto in scene di nudo ed in atteggiamento provocante;

b) che l’attività di pubblicazione degli annunci personali svolta dal V. … era contigua e funzionale all’attività illecita riconducibile alla predetta organizzazione criminale.

Ricorrevano pertanto, nella fattispecie de qua, gli elementi costitutivi (soggettivo ed oggettivo) del reato di favoreggiamento aggravato della prostituzione, come contestato in atti.

Al riguardo va ribadito ed affermato che integra reato di favoreggiamento della prostituzione la condotta di chi pubblica su un sito web annunci personali di donne che si offrono per incontri sessuali, se accompagnata da ulteriori attività finalizzate ad agevolarne la prostituzione, come accertato nella fattispecie in esame.

Va respinto, pertanto, il ricorso proposto da V.M. con condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali.

Giurisprudenza sulla prostituzione

CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA DEL 13 MAGGIO 2011, N. 10578

Svolgimento del processo

Con avviso di accertamento relativo ad IVA ed IRPEF per l’anno d’imposta 1999, è stata contestata a (..) la mancata contabilizzazione e dichiarazione dei ricavi da lavoro autonomo, in aggiunta ai redditi da lavoro dipendente, da lei svolto presso alcuni locali notturni quale ballerina…

…la ripresa a tassazione è avvenuta in base agli accertamenti dalla Guardia di Finanza, da cui era emerso un notevole divario tra le retribuzioni da lavoro dipendente della contribuente ed i versamenti dalla stessa effettuati sui propri conti correnti, versamenti che dovevano considerarsi ricavi, in assenza di prova contraria da parte della stessa.

La ricorrente sottopone, dunque, alla Corte il seguente quesito di diritto: “se, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, i singoli dati ed elementi risultanti dai conti correnti bancari, dei quali il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione, possono essere ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile”.

Col secondo motivo l’Agenzia, deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986 …afferma che la sentenza non ha considerato che, in base a tali disposizioni, ogni corrispettivo, anche derivante da attività illecite, concorre a formare l’imponibile e formula il seguente quesito di diritto: “se, ai sensi delle disposizioni del TUIR e della L. n. 537 del 1993, artt. 14, 4, qualsivoglia corrispettivo, percepito a qualsiasi titolo, ove non espressamente escluso, contribuisce a formare il reddito complessivo del contribuente, sul quale si deve determinare l’imposta dovuta”.

Procedendo alla valutazione congiunta dei motivi, tra loro connessi, va, anzitutto, disattesa l’eccezione d’inammissibilità del secondo motivo, sollevata dalla controricorrente per supposta violazione dell’art. 366 c.p.c. per essere il “thema decidendum” pienamente individuabile, nonostante i refusi dattilografici su cui si basa l’eccezione.

Nel merito, i motivi sono fondati.

In tema d’accertamento dell’imposta sui redditi, la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 18081 del 2010; n. 7766 del 2008) ha già affermato il principio, che qui si condivide, secondo cui, quando l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario, si fonda su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, e si determina un’inversione dell’onere della prova, a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili.

Questa Corte ha inoltre precisato (Cass. n. 18111/2009; n. 9573/2007), con indirizzo al quale si intende dare continuità, che quando sussistono flussi finanziari che non trovano corrispondenza nella dichiarazione dei redditi, il recupero fiscale non è subordinato alla prova preventiva che il contribuente eserciti una specifica attività; in assenza di contestazione sulla legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i dati medesimi possono, infatti, essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari, che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni, non sono fiscalmente rilevanti.

Tale principio non soffre eccezioni se il reddito da assoggettare a tassazione costituisca provento di “fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo” tenuto conto del disposto di cui al D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 34 – bis, (inserito dalla L. n. 248 del 2006, art. 1, di conversione) secondo il quale “in deroga alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 3, la disposizione di cui della L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 14, comma 4, si interpreta nel senso che i proventi illeciti ivi indicati, qualora non siano classificabili nelle categorie di reddito di cui all’art. 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, sono comunque considerati come redditi diversi”.

Con tale disposizione, alla quale va attribuita efficacia retroattiva (Cass. n. 13213/2007, n. 18111/2009, n. 37/2010), per esser stata emanata in espressa deroga al principio di irretroattività delle disposizioni tributarie, sancito dalla L. n. 212 del 2000, art. 3, è stato introdotto nell’ordinamento il principio di carattere generale della tassabilità dei redditi per il fatto stesso della loro sussistenza, a prescindere dalla loro provenienza e, dunque, dalla sussumibilità della relativa fonte in una delle specifiche categorie reddituali di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 6, essendo normativamente considerati, in via residuale, come redditi diversi, da ascriversi, appunto, alla lettera f) di detto art. 6.

Ne consegue che il reddito tratto dalla contro-ricorrente dall’esercizio dell’attività di prostituzione – tale natura va riconosciuta a quello derivante “da donativi e regali relativi a rapporti di natura “affettuosa”, secondo l’accertamento contenuto nell’impugnata sentenza – va assoggettato all’imposta diretta, dovendo condividersi l’orientamento espresso da questa Corte, con la sentenza n. 20528/2010 – emessa, proprio, nei confronti della contro-ricorrente per gli anni d’imposta 1996, 1997 e 1998 -, secondo cui la risposta del Ministero delle Finanze all’interrogazione parlamentare (del 31.7.1990), invocata dalla contribuente, risalente a tempo antecedente l’emanazione delle disposizioni legislative sopra menzionate, non vincola in alcun modo i giudici tributari e, ovviamente, questa Corte nell’interpretazione delle disposizioni normative applicabili al caso in esame.

Deve, dunque, affermarsi il principio secondo cui i singoli dati ed elementi risultanti dai conti correnti bancari vanno ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, se il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione, a prescindere dalla prova preventiva che il contribuente eserciti una determinata attività e dalla natura lecita o illecita dell’attività stessa.

La natura dell’attività svolta è rilevante, invece, ai fini dell’i.v.a., che, in base al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 1, “si applica sulle cessioni dei beni e le prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell’esercizio d’imprese o nell’esercizio di arti e professioni e sulle importazioni da chiunque effettuale”…

A tale stregua, deve affermarsi l’assoggettabilità ad IVA dell’attività di prostituzione, quando sia autonomamente svolta con carattere di abitualità: seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche che rifiutano il commercio per danaro del proprio corpo, l’attività predetta non costituisce reato e consiste, appunto, in una prestazione di servizio verso corrispettivo, inquadrabile nell’ampia previsione contenuta nel secondo periodo del citato D.P.R. n. 633 del 1972, art. 3, comma 1.

La qualificazione della prostituzione in termini di “prestazione di servizi retribuita” risulta, peraltro, già, affermata dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee nella sentenza n. 268 del 20.11.2001, in causa C-268/99, in cui la Corte muovendo dalla giurisprudenza, costante, secondo la quale una prestazione di lavoro subordinato o una prestazione di servizi retribuita dev’essere considerata come attività economica ai sensi dell’art. 2 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 2 CE), purché le attività esercitate siano reali ed effettive e non tali da presentarsi come puramente marginali e accessorie, ha affermato che “la prostituzione costituisce una prestazione di servizi retribuita”, che rientra nella nozione di “attività economiche”, demandando al giudice nazionale di “accertare in ciascun caso, alla luce degli elementi di prova che gli sono forniti, se sussistono le condizioni che consentono di ritenere che la prostituzione sia svolta come lavoro autonomo, ossia: senza alcun vincolo di subordinazione per quanto riguarda la scelta di tale attività, le condizioni di lavoro e retributive, sotto la propria responsabilità, e a fronte di una retribuzione che sia pagata integralmente e direttamente”.

L’impugnata sentenza, che non si è attenuta ai predetti principi, va cassata ed, in assenza di ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, col rigetto del ricorso della contribuente. Si ravvisano giusti motivi, in considerazione della novità delle questioni affrontate, per compensare tra le parti le spese dell’intero giudizio.

Giurisprudenza sulla prostituzione

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